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Nel giardino dei
“frutti minori”
Il fico: tra memoria e valore
attuale
di Francesco Minonne
Il Fico è una delle
piante più conosciute in tutto il bacino del Mediterraneo,
originario dell’Asia Minore, probabilmente della Siria , la sua
coltura ha avuto inizio in epoche antichissime.
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Come riportano molti autori, a
testimonianza della sua antichità di coltivazione, una pianta di fico è
rappresentato in un disegno della piramide di Gizech, nell’antico Egitto
(circa 4000 anni fa).
I più antichi testi degli Ebrei parlano del fico tanto selvatico che
coltivato, sotto il nome di Teenah .
Archiloco (VII sec. a. C.) parla della coltura del fico a Paros (Grecia),
Aristotele, Teofrasto, Discoride scrivono che la coltura di questa specie
era conosciuta da tempo. |
In Italia il Fico
esisteva prima della fondazione di Roma (è all’ombra di questa pianta che
sarebbero stati allattati Romolo e Remo) e nel Salento la sua coltivazione è
probabilmente più antica, forse contemporanea di quella greca ed asiatica se
si considerano le immigrazioni di popoli orientali avvenute in epoca
pre-romana .
Aldilà di queste sue
antiche e nobili origini il fico è oggi considerato un “frutto minore”, almeno
così è classificato nei moderni trattati di frutticoltura.
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Dopo aver rivestito
un ruolo di primo piano, è oggi rimasto legato più alla memoria che alla
realtà delle produzioni agricole mediterranee come l’olivo e la vite.
Diversi fattori
quali la spiccata adattabilità della pianta a qualsiasi terreno, compresi
quelli marginali, il tempo ridotto in cui arriva a fruttificazione, la
bassa richiesta idrica, che l’hanno reso importante negli anni passati,
possono però rappresentare, ancora oggi, il motivo del suo rilancio.
La bontà e le numerose proprietà delle infruttescenze (siconi), possono
fare il resto a far ritornare in primo piano questa specie.
Distinti in fioroni (a maturazione primaverile-estiva) e fichi veri o
fòrniti (a maturazione estivo-autunnale), i fichi sono ottimi sia freschi
che conservati o trasformati in varie forme (fichi secchi, marmellate,
sciroppi, distillati ecc...). |
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Se da un lato i
fichi freschi rappresentano una prelibatezza tutta estiva, dall’altro, quelli
secchi, si possono reinserire in una dieta invernale che trova in essi un
contenuto zuccherino tutto naturale.
La produzione nel Mondo, in Italia, in Puglia
La maggior parte dei fichi prodotti nel mondo è fornita oggi dai paesi del
bacino del Mediterraneo tra cui si distinguono la Turchia e i Paesi del Nord
Africa; per l’Europa il primato spetta alla Spagna seguita dalla Grecia e
dall’Italia .
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L’Italia, che fino al 1969 è
stato il principale produttore di fichi al mondo, è stato prima scavalcato
dalla Turchia e poi da tutti i Paesi del Nord Africa, dalla Spagna, dalla
Grecia ed infine, nell’ultimo decennio, anche da Brasile, Stati Uniti
(grazie soprattutto alle produzioni californiane) ed in particolare
dall’Egitto che, negli ultimi anni, ha fatto un enorme passo in avanti
nella coltivazione e produzione di questo frutto.
In Italia il primato produttivo è sempre stato appannaggio delle regioni
meridionali. |
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Attualmente la
regione di maggior produzione di fichi in Italia è la Calabria
seguita dalla Campania, dalla Puglia e dalla Sicilia.
Nel secondo dopoguerra e fino ai primi anni ‘60 la Puglia era
però al primo posto nella produzione di fichi secchi con il
contributo maggiore fornito dalla provincia di Brindisi; i dati
del quinquennio 1978/82 riportano un crollo della produzione in
tutte le regione di coltivazione ma in particolare della Puglia
che è scivolata al quarto posto dopo Campania, Sicilia e
Calabria.
Il declino della coltura, sostituita da altre più redditizie
(come ad esempio la vite), cominciò a delinearsi proprio dopo
gli anni 60 ed è proseguita con notevole intensità, fino agli
anni 70 e più lentamente fino ai nostri giorni .
L’unica varietà, tra i fichi secchi prodotti in Puglia,
rinvenibile sui banchi di vendita, è il Dottato; varietà diffusa
in molte altre zone d’Italia, ottima sotto tutti gli aspetti ma
non sufficiente, da sola, a rilanciare un prodotto che potrebbe
trovare nella diversificazione e nella valorizzazione di altre
varietà locali un motivo di nuovo interesse.
Quanto al prodotto fresco, la Puglia rimane ai primi posti nella
produzione di fioroni ma con la sola cultivar “Petrelli”,
diffusa nei territori costieri tra Monopoli e Polignano a mare.
Esistono pochissimi impianti con diversificazione varietale tale
da consentire una produzione scalare di prodotto fresco
distribuita da giugno a settembre come invece sarebbe possibile
impiantando varietà autoctone della Puglia a diverso periodo di
maturazione.
Allo stato attuale le uniche due provincie che possiedono
ficheti specializzati di una certa estensione sono quella di
Brindisi e di Bari.
Le altre province la coltivazione del fico è promiscua ad altri
fruttiferi o colture erbacee o, più spesso relegata ad ambiti
marginali se non addirittura relittuali, come i vecchi ficheti
in abbandono nei pressi dell’Area Naturale Protetta di Torre
Guaceto o lungo la costa Otranto-Leuca, nei vecchi terrazzamenti
a ridosso della linea di costa.
Le varietà
Il numero di varietà di fico diffuse nel Mondo sono diverse
centinaia; l’antichità della coltivazione, la facile diffusione
dei semi tramite uccelli, uomo ed altri animali, la forte
variabilità interna alla specie ne hanno facilitato non solo la
diffusione ma anche il moltiplicarsi di forme diverse che i
coltivatori hanno selezionato nel tempo facendone acquisire la
dignità di varietà e/o cultivar.
Le indicazioni
provenienti dai diversi autori, tuttavia, non fanno sempre chiarezza sulla
reale diversità interna alla specie; Eisen nel 1901 , descrisse 371 cultivar,
diffuse nel mondo, ma Manaresi , riferisce che nell’Europa meridionale ed in
Africa se ne debbono contare oltre 750.
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La più importante
monografia sul fico scritta da Condit nel 1955 descrive 720 varietà di
fico comprendendo anche 129 varietà di caprifico in un lavoro monumentale
che rappresenta tutto il panorama varietale di questa specie nel Mondo .
In Italia, nel
periodo rinascimentale, se ne conoscevano più di cinquecento varietà
diverse. |
Giorgio Gallesio,
nella sua monumentale opera sulle varietà di piante da frutto:
Pomona Italiana (1820), ne descrive quattrocentocinquanta
e, per alcune di queste, ne fa ricavare delle stupende
illustrazioni botaniche .
Per il Salento importanti autori hanno descritto la diversità
interna alla specie individuando, censendo e descrivendo le
varietà presenti sul territorio. In particolare Vallese (1909)
descrive dettagliatamente 35 varietà ma ne indica oltre 90 per
la Penisola salentina; Donno (1959) ne descrive altre 16 ad
integrazione di quelle descritte dal primo autore.
Attualmente per il Salento sono state reperite più di 85 varietà
diverse . Accanto ad alcune entità comuni e quindi, di facile,
rinvenimento sul territorio, ve ne sono altre che per il
carattere sporadico e localizzato degli esemplari rappresentano
ormai delle vere e proprie rarità botaniche.
Unìfere, ad una sola fruttificazione; bìfere, a
due fruttificazione; le rarissime trìfere a tre
fruttificazioni, e poi tra questi tre gruppi le varietà nere e
quelle bianche, quelle grosse e quelle piccole, granulose o
pastose, mielose, succose, migliori per il consumo fresco o da
essiccare.
Dietro tante forme vive la storia di una pianta che ha avuto un
ruolo fondamentale per il sostentamento delle povere famiglie di
contadini e braccianti dei nostri paesi.
L’estrema variabilità della specie e l’antichità della sua
coltivazione hanno dato origine a tante forme; le popolazioni
locali hanno raccolto i “frutti” di questa diversità; hanno dato
nomi diversi, approfondendo la conoscenza su tutte le
caratteristiche del frutto e della pianta, sulle qualità
organolettiche, il periodo di maturazione, la maggiore o minore
adattabilità della pianta ai diversi terreni e fattori climatici.
I nomi e la cultura popolare
L’antichità della coltivazione, la diffusione e la ricchezza
varietale di questa specie, hanno fatto sorgere, nel tempo,
molti casi di sinonimia (nomi diversi per indicare la stessa
varietà) e di omonimia (lo stesso nome per indicare varietà
diverse).
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Il complicato
intreccio dei nomi locali (ci sono casi in cui una stessa varietà possiede
oltre 10 nomi, diversi anche a pochi chilometri di distanza) se da un lato
produce un elevato grado di confusione,dall’altro rappresenta un elemento
di conoscenza importante proprio perché i nomi esprimono la sintesi di
caratteristiche proprie delle varietà come la loro provenienza, l’epoca di
maturazione, la forma, il colore, il sapore ecc... tutte utili alla
migliore definizione e comprensione di questo patrimonio. |
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Legati alla
provenienza sono, per esempio i nomi: “Dei greci”, “Martana”, “Fasanese”,
“Tarantina”, “Potentino”, “Turca”, “Taurisano”, Napoletana”, “Brindisina”,
“Greca”; alla forma e colore dei frutti: “A campanella”, “Casciteddha”,
“Verdesca”, “A sangu”, “Rigata”, “Bianculeddha”, “Morettina”,
“Noce”, “Niura”, “Pizzilonga”, “Quagghia”, “Rosa”; vi sono poi
quelli legati al periodo di maturazione dei fioroni o dei fichi
veri come nel caso di: “San Giovanni”, “San Vito”, “Di Santa
Marina”, “Tardiva”, “Natalina”, “Varnea”, “D’inverno”; altre,
infine, fanno riferimento all’eventuale proprietario o ad una
persona cui si dedica il frutto in segno di rispetto e riverenza
come le varietà: “Del Vescovo”, “Dell’Abate”, “Dell’Angiulieddhu”,
“Della Monaca”, “Della Signura”, “Del Cavaliere” .
Altrettanto
interessanti risultano essere gli innumerevoli aggettivi,
diversi nelle varie zone che, nella tradizione popolare, sono
stati usati per indicare difetti, qualità, ed altre
caratteristiche del “frutto”.
Si diceva per
esempio ùscia, di fico quasi maturo, poddha di
fico acerbo e scattarieddhu in una fase ancora
precedente; nfaugnata o cicerata quando i frutti, colpiti
dall’afa, non portano a termine la maturazione o non la
comiciano affatto, cuveddha, per indicare il fico che non
riesce a maturare e rimane attaccato all’albero, cacata è
di infruttescenza ormai troppo matura o marcia all’interno,
mentre scritta o simata quando delle crepe più o
meno sottili sulla buccia indicano la piena e gustosa maturità.
Il sole, le pietre, i fichi secchi.
La preparazione dei
fichi secchi è un altro degli aspetti che vale la pena
ripercorrere; insieme alle lavorazioni del tabacco e del grano,
questa apparteneva al ciclo dei lavori estivi nei quali il sole
e la sua calura scandivano ritmi e tempi assolutamente
obbligati.
L’essiccamento e la
successiva cottura al forno ed infine la loro conservazione richiedevano una
cura particolare affinché si raggiungesse un buon risultato ed i fichi non
diventassero troppo duri, umidi o ammuffiti.

L’utilizzo di
graticci di canne (cannizzi) è successivo ad un sistema ancora più
arcaico di essiccazione; questo vedeva l’utilizzo di spianate in pietra a
secco (spase e littere) sulle quali veniva preparato un
graticcio di vegetali secchi (un’erba particolarmente adatta era l’Erba di S.
Giovanni crespa, fumulu) che permetteva una buona aerazione ai fichi
che venivano sistemati sul graticcio stesso.
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Anche nel sistema di
cottura possiamo trovare elementi arcaici le cui tracce possono
essere ancora osservate nelle campagne di quasi tutti i paesi
del Capo di Leuca (Montesano, Miggiano, Salve ecc…).
Gli antichi forni (furneddhi),
per esempio, sono rappresentati da minuscole costruzioni a secco con la
stessa struttura a tholos delle caseddhe o pajare e quasi sempre
incorporati ad esse a formare, in alcuni casi, costruzioni piuttosto
complesse, nonostante la semplicità estrema dei materiali.
Appena sfornati,
ancora caldi, i fichi venivano disposti con cura nelle capase (vasi di
terracotta) insieme all’alloro e qualche spezia, il lusso della mandorla
tostata per farcire i migliori e poi a riposo fino all’inverno.
Una specifica leva di metallo (scoddhafiche) aiutava a staccarli una volta
appressati nelle capase; quindi il ciclo si chiudeva sulle tavole delle
case, davanti al fuoco del grande cammino o, più spesso, nelle tasche dei
braccianti. |
La conservazione della biodiversità e le nuove prospettive
Molte delle varietà di fico citate scompariranno con gli
ultimi coltivatori, unici custodi, fino ad oggi, di questa
diversità; la loro conservazione è possibile solo attivando
forme diverse di agricoltura, capace di valorizzare tutte le
risorse locali, attraverso gli orti botanici, le mostre
pomologiche, gli agriturismi e le aziende agricole sensibili.
La conservazione in
situ o, come si usa oggi più comunemente per le piante
coltivate, on farm, attraverso la quale viene garantito la
propagazione e la coltivazione sul posto delle piante, deve
essere, necessariamente, accompagnata dalla cosiddetta
conservazione ex situ, attraverso la quale le specie o le
varietà sono conservate, propagate e coltivate in strutture
appropriate quali gli orti ed i conservatori botanici e le
aziende che si offrono ad ospitare collezioni di piante madri.
In questo senso, il lavoro che queste Istituzioni possono
svolgere è enorme se si pensa alle possibilità di divulgazione
scientifica, alla didattica, alla possibilità di scambio e
rapporto costruttivo tra queste e le aziende, gli agricoltori
custodi, i vivaisti del settore e semplici appassionati.
L’Orto Botanico
dell’Università del Salento ha intrapreso, ormai da diversi
anni, l’attività di reperimento, catalogazione, propagazione e
coltivazione delle vecchie varietà fruttifere ancora presenti
nel territorio salentino.
La sua azione mira anche a diffondere, sul territorio le entità
botaniche che negli anni ha recuperato; ciò sta già portando
alla creazione di un “Orto diffuso” capace di conservare e
valorizzare patrimoni botanici complessi e di difficile
gestione.
Oggi, nuovi segnali di interesse arrivano per questo nostro
albero. Accanto ad aziende agrituristiche desiderose di
collezionare ed offrire ai loro ospiti il più ampio ventaglio di
diversità possibile, coltivatori illuminati tornano ad investire
in questa pianta confidando nelle migliorate tecniche di
conservazione, stoccaggio e trasporto dei prodotti vulnerabili
alle manipolazioni.
Vista l’estrema rusticità della specie, questa pianta sta
entrando a pieno titolo nelle entità adatte ai modelli di
agricoltura biologica e soprattutto, nei sistemi di produzione
fondati sulla cosiddetta filiera corta, in cui il passaggio dal
produttore al consumatore avviene senza troppe intermediazioni.
Forse è proprio qui il futuro del fico, ma forse è anche qui il
nostro futuro alimentare che non può più essere il frutto
esclusivo di un modello di agricoltura intensivo, omologante,
aggressivo nei confronti dell’ambiente e della diversità; una
diversità che proprio in questa specie trova piena espressione
nei tanti fichi che ognuno di noi ricorda e che a questa memoria
fa appello per non sparire per sempre.
NOTE
DE CANDOLLE A.,
1883-L’origine delle piante coltivate. Fratelli Dumolard.
Milano;
VALLESE F., 1909–Il
fico - C. Battiato, Catania;
DONNO G.,1959 –Il
Fico - Estratto dagli Annali della Facolta’ di Agraria dell’universita’
Di Bari–Volume XIII–Anno 1959 (pp. 1-31);
VALLESE F. (1909)
Op. Cit.;
Nostra elaborazione
da dati ISTAT 2006;
FERRARA E., 1990-La
coltura del fico in Puglia: stato attuale e
prospettive-Agricoltura Ricerca. n. 112-113-nuova
serie-mensile-agosto-settembre.
EISEN G., 1901-The
fig. U.S. Dept. Agr. Pom. Bul. 9: 1-317.
MANARESI A.,
1947-Dispense di frutticoltura. (Parte generale e parte
speciale), Facoltà di Agraria dell’Università di Bologna, IV
Edizione.
CONDIT, I.J.,
1955-Fig varieties: a monograph. Hilgardia, Vol. 23, n.11, 1955.
La monografia di questo importante autore californiano contiene
le schede descrittive di oltre 100 varietà salentine, nella
maggiorparte dei casi egli conferma le descrizioni già fatte dai
nostri autori (Vallese, Donno, De Rosa, Gasparrini ecc…)
GIORGIO GALLESIO è
il più importante pomologo italiano, la sua Pomona italiana
(1820) è costituita da trattati diversi dedicati alle principali
specie fruttifere della Penisola. Gli unici trattati portati a
termine sono quelli sul Fico e sull’Azzeruolo.
MINONNE F., IPPOLITO
F., VINCENTI AND MARCHIORI S., 2002-Work carried out by the
Botanical Garden to find and propagate old cultivars of Ficus
carica L. Cahiers OPTIONS mèditerranèennes–CIHEAM/IAMB. La
pubblicazione è il risultato dell’attività svolta dall’Orto
Botanico di Lecce relativamente al reperimento di varietà di
fico presenti nel Salento in una campagna di raccolta effettuata
tra il 1999 e il 2002.
Per un approfondimento sui nomi delle piante agrarie nel Salento
si veda MINONNE, 2007 – I nomi e le piante. Per una storia delle
varietà agrarie nel Salento in Storia Patria (in pubblicazione).
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